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Ci
fidiamo dei nostri amici lettori: niente contrassegno - per
risparmiare - rimessa diretta a mezzo bollettino di n° 10610012
intestato a Scipioni - 01018 Valentano.
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Passione, lettura
& goliardia
La
nuova intervista all'editore Scipioni
a cura di
Paola Di Giampaolo
della redazione di Alice.it
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Intervista di Raffaele Calafiore a Felice Scipioni:
un editore, un bibliofilo, un biblomane.
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La libridine di
Felice Scipioni, l'editore del Giardino di Epicuro.
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365
Giorni in Fiera
L'intervista all'editore
Scipioni
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Prima di addormentarsi Montanelli trasferiva due volumetti della
collana "Curiosità del Giardino di Epicuro" dalla scrivania
al comodino da notte...
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L’anima tra le gambe
(Dal saggio introduttivo)
Siamo angeli con una sola ala e possiamo
volare solo restando abbracciati
L. De Crescenzo
www.liberaeva.it
- Tutto nasce da questo sito internet, in cui le opere di una
misteriosa autrice, l’identità della quale viene celata sotto
questo logo accattivante, hanno riscosso subito un clamoroso
successo fra gli internauti amanti dell’erotismo di classe.
Il segreto di questo fenomeno si cela nella combinazione di due
fattori: da un lato uno stile letterario ricercato, esuberante,
molto pittorico e coinvolgente, dall’altro l’assenza nei suoi
scritti di qualsivoglia volgarità di stampo pornografico, pur
nell’altissima carica erotica che li caratterizza. Racconti che
vogliono parlare al cervello, e non tanto titillare le parti basse
del corpo, a differenza della maggior parte della letteratura a
sfondo sessuale oggi in circolazione.
LiberaEva cerca di approfondire l’aspetto sensuale, l’amore ed il
dolore che da esso scaturisce, abbattendo le regole della
sottocultura che lo vorrebbe relegato ad istinto animale o peggio
a mera pornografia. Come ogni mito, la pornografia è in primo
luogo una produzione psichica che indica e trascina comportamenti
erotici: una rappresentazione che incarna una visione puramente
materialistica della vita, volta a negare ogni riferimento ai
valori del cuore e della psiche.
Genere rigorosamente voyeuristico, la pornografia prevede
l’utilizzo di immagini sessuali da consumare in termini di
eccitazione, limitando al minimo trame e storie, l’erotismo invece
mira alla ricerca della verità psichica e ad un forte
coinvolgimento dei sensi ricorrendo sistematicamente alla metafora
per sublimare ciò che non si deve vedere: non svela, semmai
sottende.
Nell’opera di LiberaEva l’erotismo non è mai nudo, mai evidente, è
il “vedo e non vedo” nella fusione complice tra il soggetto e
l’oggetto, che mutevoli cambiano ruolo.
LiberaEva nei suoi racconti tende, con argomentazioni
inconfutabili, a distanziare per quanto possibile la sessualità,
intesa come bisogno e piacere fisico, dall’erotismo puro. Il suo
sentire erotico non ha confine, è una mescolanza trasgressiva di
ragione e sentimento, di ruoli che via via demolisce per
ritrovarli in seguito fortificati. E’ un’emozione continua che ha
la sua naturale apoteosi nella solitudine, anzi nella ricerca
della propria soddisfazione edonistica, del piacere e del
desiderio che derivano esclusivamente dalle proprie sensazioni.
I personaggi che le girano attorno sono essenze inumane, ruoli che
nella dinamica dei racconti diventano ombre, mezze figure
inventate per scavare fin nelle pieghe più oscure, più
contraddittorie, della propria anima.
E tutto è descritto senza il minimo accenno di volgarità, anzi
cercando in modo maniacale l’estremo, il limite dei propri
bisogni. Non c’è mai violenza fisica o sopraffazione dell’uno
sull’altro, ma la ricerca ossessiva del gusto dell’ingiustizia
intima, dell’oltraggio verso se stessa. Una sorta di perversione
del sentimento che ritorce verso il proprio essere e che tende al
superamento dei propri limiti, coinvolgendo sia la sfera
emozionale che quella affettiva.
Il marito, l’amante, l’incontro occasionale divengono intercalari
che giustificano appieno la dinamica del racconto, ma in realtà
non riescono a competere con la profondità emozionale della
protagonista. È qui che si pone anche la distinzione tra amore e
perversione, nel modo di vivere il proprio desiderio come apertura
o chiusura verso l'altro.
Perverso è chi desidera soltanto sè stesso, mentre l'altro appare
come oggetto delle proprie costruzioni mentali, del proprio
bisogno, alimentato nel breve lasso di tempo che separa il
desiderio dalla soddisfazione che lo estingue.
Il sesso maschile, in tutto questo, non è mai vissuto nel suo
aspetto fisico ma è visto, nell’allegoria femminile, come vuoto da
riempire.
LiberaEva è una donna borghese che non riesce a fare propri i
valori imposti dalla società, ma nella stessa misura non riesce ad
averne altri. Ecco il vuoto, metaforicamente identificato con la
sua “fica borghese” che sazia ed affama nelle relazioni di sesso
nella consapevolezza che nessuna carne potrebbe riempirla
totalmente. Lo stesso vuoto che la porta immancabilmente a godere
del proprio nichilismo, del gioco perverso di umiliazione e
sottomissione.
Indicativo può essere il paragone con il recente caso letterario
di Melissa P., nei confronti della quale la misteriosa autrice si
trova culturalmente e artisticamente agli antipodi.
Se da un lato abbiamo infatti la chirurgica, glaciale descrizione
dell’entrata nel mondo del sesso estremo da parte di una
adolescente, con una scrittura asciutta che ben poco lascia
all’immaginazione e nello stesso tempo raramente si eleva al di
sopra di una piattezza quasi ostentata, qui invece abbiamo a che
fare con il dramma di una persona matura e con la bufera dei suoi
stati d’animo estremi, originati spesso da fantasie o situazioni
apparentemente normali.
In Libera Eva tutto è rivissuto dal punto di vista di un ego
ipertrofico, sballottato fra le esigenze di una carnalità
impellente e la volontà autocastrante della morale, e dominato da
un Eros che si fa strada nel cervello e nelle viscere, laddove in
Melissa P. non si discosta molto dalla zona inguinale della
protagonista.
Libera Eva è una donna apparentemente “libera”, ma in realtà
dominata da mille condizionamenti che la rendono introspettiva,
problematica, divisa tra sesso e ragione, avendo comunque la
consapevolezza che dietro ogni effetto c’è una causa, come dentro
ogni letto un percorso che parte da lontano.
Anche il nome che ha scelto sta ad indicare il desiderio e
l’esortazione di liberare la propria Eva dentro di noi. E’ una
sorta di percorso di coscienza che, nascendo dalle origini del
mondo, ha riscontri sia nella sfera sessuale che nella diversa
concezione di morale che inevitabilmente ci tramandiamo: un
condensato d’anima e sensazioni che non possono assolutamente
prescindere dalle proprie esperienze personali, dalle tante
immagini che ogni giorno percorriamo con casualità inquietante.
Il tono di questi racconti è pessimista e ingenera nel lettore il
dubbio che la concezione che Libera Eva ha dell’erotismo sia
paragonabile a quella di una cella dalla quale sarà impossibile
evadere se non aumentando sempre la posta delle emozioni in gioco:
“E ti volterai delusa schiacciando faccia e trucco sul cuscino,
convinta che il giorno non sarà mai più come prima, perché
l’amore, quello vero, è rimasto chissà dove, fuori dalla finestra,
sospeso sulla luce che filtra dalle righe. E il tuo Dio femmina
capirà, perché a lui non devi spiegare che solo quando è sola una
femmina può darsi di dietro e nell’anima senza amore”.
Al di fuori delle situazioni carnali contingenti, a farla da
padrone in questi brevi schizzi d’atmosfera è infatti la
solitudine, fisica ed esistenziale della protagonista. Una
solitudine che possiamo paragonare a quella delle prostitute
dipinte da Toulouse Lautrec, o dal Picasso del periodo blu.
Per apprezzare questi racconti è bene soffermarsi sulla
pittoricità di alcune loro scene: per esempio, leggendo la
descrizione della sala di un ristorante senza clienti la sera
della vigilia di Natale (nel racconto intitolato appunto “Vigilia
di Natale”), ricca di quel latente e straniante erotismo generato
dal contrasto fra l’atmosfera immobile del locale e le pulsioni
inespresse della protagonista, non si possono non ricordare i
tanti dipinti che E. Hopper dedicò proprio a questo tema (uno su
tutti, il celeberrimo “Nottambuli” del ’42).
Pur ambientati al giorno d’oggi i racconti di Libera Eva tendono a
rifuggire una connotazione temporale precisa, tesi come sono alla
pura descrizione autobiografica degli stati d’animo della
protagonista, e in questo possiedono un certo fascino demodè.
Talvolta mi fanno pensare, e non si legga in questo una critica
negativa, a certi racconti e romanzi che fra la fine
dell’Ottocento e l’inizio del Novecento venivano pubblicati a
puntate in appendice a giornali e riviste, e che trattavano per lo
più argomenti erotico-sentimentali, con uno stile allo stesso
tempo popolare e ridondante, ricco di aggettivi e, in più di un
caso, molto efficace nell’abbozzare sentimenti e situazioni (per
fare un esempio, “Umiliati e offesi” di Dostoevskij fu pubblicato
la prima volta come romanzo d’appendice a puntate).
Stupisce il fatto che questi racconti, letti ogni giorno da
migliaia di entusiasti internauti, siano passati sotto silenzio da
parte della critica, capace spesso di esaltare fenomeni letterari
effimeri e di dubbia fattura, e altrettanto spesso ottusa nello
scovare opere di vera qualità.
Che abbia contribuito al silenzio intorno a questo vero fenomeno
letterario l’ostinata volontà di celare la propria identità?
Nessuno infatti ha mai visto LiberaEva in faccia. Neppure
all’editore è stato concesso. Tutte le trattative in vista della
pubblicazione sono state infatti condotte per mezzo della posta
elettronica. Mi è addirittura giunta voce che sotto lo pseudnimo
di Libera Eva si celi nientepopodimenoche Giuliano Ferrara,
raffinato conoscitore della cultura erotica.
Scopriremo presto la verità e confidiamo nell’aiuto dei lettori.
Quello che per ora è certo è che questa raccolta costituirà un
termine di paragone per ogni giudizio futuro sulla letteratura
erotica.
a.t.
Mia figlia
Si abbracciarono così stretti che non
rimase spazio per i sentimenti.
Stanislav Lec
Mia figlia ha gli anni di zingara che aspetta il primo figlio, ha
gli anni di indiana ammantata di fiori d’arancio promessi da
tempo. Mia figlia è bella quanto quel fascio di luna che m’ha
rischiarata quella notte d’aprile, quando tremante nel letto avevo
i suoi anni. Non ho avuto alcun dubbio di come a breve sarebbe
cambiato il mio corpo, di come da subito sarebbe cambiato il mio
mondo. Che direbbe mia figlia se sapesse quante volte convinta ho
aspettato il mattino, quante volte sull’orlo ho ascoltato sirene
per sgonfiare la bolla piena solo di imbarazzo. Ora ho il doppio
dei suoi anni e ancora mi domando per quale strano caso sia venuta
al mondo, da quale errore sia nata questa stupenda creatura che,
se natura volesse, vorrei ancora portare dentro per cogliere
quell’emozione che al tempo mi dava solo disagio.
Sapesse mia figlia quanti suoi coetanei sono affogati nel fiume
prima di nascere, quanti ancora hanno visto la madre per pochi
secondi, per poi giurare convinti d’essere figli di donne che non
hanno mai partorito.
Dalle mie parti è cosa normale che la figlia più grande sia
destinata a suo padre, che al primo rossore che colora mutande sia
pronta per essere donna. Ma a me non è successo, perché la luna ha
rischiarato i ciuffi di erba che calpestavo, m’ha illuminato la
strada per fuggire di notte da quei fiati di vino che ogni sera
sentivo più forti e vicini. Fino a ritrovarmi in una città poco
distante ad aiutare una lontana parente ad offrire rose e
gardenie, sorrisi e fortuna a belle dame sottobraccio a signori.
Passò qualche giorno finché una signora vestita di seta accarezzò
la polvere sulla mia faccia, e subito dopo mi comprò pane e
sapone. Ero bella, ero bella davvero, con la voglia nel cuore e i
capelli di grano, quando mi ritrovai sopra un divano a mostrarmi
spoglia come quando facevo il bagno nel fiume. Ed ero contenta
perché mi davano attenzione, perché la bella signora m’aggraziava
ogni sera per prepararmi all’evento.
Passarono dei mesi, in cui imparai a camminare con una moneta
sulla testa senza farla cadere o ad accavallare le gambe che al
tempo desideravano solo correre e cadere e sbucciarsi contro le
zolle di terra arida quando non piove. Ma non avevo rimpianti! Non
cercai mai di fuggire da quella casa di tende e pomelli, di
tappeti e divani che ospitavano donne fatte di stoffe e profumi,
di seni di carne che saziavano la fame di truppe e i digiuni di
uomini soli. E parlavano a modo pur essendo volgari, intercalando
da vere signore quel pene di maschio che a sera imbrattavano di
rossetto fino a vederlo sazio e sconfitto. Aspettavo impaziente il
momento di sentirmi come le altre, desiderata mentre salivo le
scale, seguita da quegli occhi avidi e giovani che a breve si
sarebbero confusi nei miei...
...(continua)
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LETTO
E MOSCHETTO
amori passioni ipocrisie
del ventennio fascista

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Invito a colazione al

Leggilo
su
365 giorni in Fiera
Riportiamo i primi commenti degli amici che ci sono venuti a
trovare
Ragazzi, che bellissima giornata! Paesaggio incantevole, sole
caldo di primavera, una calorosa ospitalità, un ricco pranzo in
riva al Lago di Bolsena un tuffo in un mondo fantastico di storie,
personaggi, riflessioni, massime filosofiche poemi goliardici e
barzellette, accompagnati da un “maestro” di umanità passione per
il proprio lavoro e amore per la vita. (...)
Continua
la lettura
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Come
vedi il mondo e
come lo vorresti vedere.
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Se poi volete conoscere
de visu lo spirito che
anima questa "follia" libresca-libertina, venite a trovare
Scipioni al "Giardino di Epicuro":
sarete ospiti graditi a
colazione.
Il "cibo dello spirito" è cosa buona e giusta, ma presuppone il
cibo del corpo. Mens sana in corpore sano.
Il coregone e le
anguille del lago di Bolsena saranno buoni corroboranti,
soprattutto se annaffiati da quel "paradiso vero" del vino Est Est
Est di Montefiascone
(preannunciare la visita al 0761/453686).
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Se ami leggere,
mettiti in posa!
La lettura è godimento intellettuale, estetico, fisico.
Le foto di modelle e modelli che meglio illustreranno
questa alchimia di piaceri
costituiranno il nuovo volume interamente fotografico
LIBRIDINE
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